Amarcord


 
30 secondi di lucida poesia

di Marco Nacci



Eco. Stupore. Ricordo. Musica. Melodia. Subito arrivano insieme e ti collocano  indietro, parecchio  indietro. Le parole condensate in uno slogan, che spesso racchiudeva e continuerà a narrare e a impreziosire tante (innocenti) bugie, quasi  fossero spot elettorali. "Spot", già. Che parola... Parola di cui l'abuso di shopping compete. Più disincanto, però, dentro uno spot pubblicitario, rispetto a quello, per esempio,  di   tipo elettorale. Quell'insieme scomposto e asimmetrico di slogan  che si è fatto parte di un popolo, il nostro  popolo.
Esempi, controesempi, slanci di ilarità? E sia. "Morbido, è nuovo?",  "Più lo mandi giù e più ti  tira su", "Eh no, due gusti, due baci", "Cena alle otto! Inizia la sfida fra risotto e risotto!". Nel  patrimonio genetico collettivo dell'italiana gente, queste frasi (spesso bilanciate da tappeti di liete note musicali) hanno potuto divenire chiave di lettura per l'era principe del consumo, quegli infingardi anni  Ottanta che in molti, oggi, cercano di riscoprire  attraverso revival di vario genere, musica di vario genere, personaggi di  vario genere. Era il tempo della "Milano da vivere, da sognare, da godere...",  la Milano da bere, insomma. È e resta variopinto il modo in cui si  può riscoprire quel periodo. L'intenzione assorta di queste parole è di farla col sorriso, questa riscoperta mordace, richiamando alla memoria le immagini che  ebbero a descriverla, corredate dalla giusta musica che abbiamo fatto nostra degli spot più longevi ed efficaci. Efficaci come quello, ad esempio, della Barilla, dove la bambina che riportava a casa il gattino trovato per la strada colma di  pioggia dava slancio al tiepido parlare della voce narrante, la quale  rincuorava il telespettatore con il celeberrimo "Dove c'è Barilla c'è casa...". Funzionava  eccome, quell'abbrivio, anche perché la melodia di sottofondo ha fatto da immaginario  di tranquillità emotiva e domestica per più di una generazione di persone. Non solo Barilla,  ovviamente: "Nell'aria stasera / si respira più amore...", quasi fosse un nevralgico presagio al ritorno a casa del marito...
Un sacco di letteratura (anche ironica e/o tragicomica) è stata prodotta circa le pubblicità e i suoi ironici e/o tragicomici spot; quelle  protesi televisive (talvolta radiofoniche) che in molti ricordano con lieta  nostalgia e disincanto nevralgico.
Un'era di passaggio, anche se è stata importante soprattutto per quei bambini cosiddetti teledipendenti di quegli  anni, rimasti ancorati alle sicurezze dei regali di Natale dove ognuno poteva  sperare di esclamare, il 24 Dicembre: "Che regalo fantastico! Il Galeone  Playmobil! Dammi una mano, papà!".  Quella stessa orda disordinata (inquieta  allora e inquieta anche oggi, come ci racconta Muccino nei suoi film) di  bambini (cosiddetti) teledipendenti che oggi si aggira sui trenta inseguendo spesso,  almeno col pensiero, la sua infanzia.
Un servizio giornaliero, quotidiano e immediato che non accettava ordinazioni, giacché era preordinato e fatto apposta per noi fruitori di piccolo o grande consumo. Eppure mai (o quasi) antipatici quei filmati; tuttora m'accorgo che non mi si schiodano dalla testa i ritmi  dello spot della Brancamenta o del Cynar, la marcetta creata ad arte per  l'Orzobimbo o le scorribande del Piccolo Mugnaio Bianco per conquistare la dolce Clementina, con tutte quelle merendine preparate di volta in volta dal buffo ometto in vista di quell'amore impossibile. E ancora: il tonno "così tenero che si taglia con un grissino", "Raid li ammazza stecchiti!", la Fiesta che "ti tenta tre volte tanto perché è buona, buona, buona!", l'Ariel che fredda lo sporco e accarezza i colori" fino al Dash che "più bianco non si può"...
Quegli spot sanno tanto di noi, dei costumi italici, di come (anche) siamo
cambiati. Oggi, a fare la pubblicità, troviamo registi di fama nemmeno nazionale, ma  addirittura internazionale, mondiale, spaziale, cosmica! "Houston, abbiamo un problema...". Prima no, affatto, non era così... E  forse la potenza immutabile (beninteso: nel tempo) di certi spot è dovuta proprio a certa semplicità genuina che si contraeva a perfetta sintesi con l'atto creativo e melodico, in un insieme adatto e accattivante.
La pubblicità  ti coglie passivo, arriva e te la becchi, non la elimini facilmente come si può fare con un altro  programma televisivo, proprio perché è nella sua struttura l'essere assorbita in tal modo dal telespettatore, placido ammiratore di una chiave audiovisiva che  ne testimonierà ricordo anche a distanza di tempo. Ci dicono un po', in fondo,  anche chi siamo, certi antichi spot. Ci dicono chi siamo stati, chi eravamo.  Anche se "noi siamo scienza, non fantascienza", è utile e delizioso, talvolta, affidarsi alla memoria, che non sempre può farsi carico di un "colore sempre vivo", ma che ha contorni spesso indefiniti, sfuocati, dove il ricordo diventa fioco, per dirla come Guccini. Chi siamo, chi siamo stati stati, chi eravamo, già, domandandoci poco o volendo saper poco sul futuro. Io stesso ammetto di saper davvero poco del mio futuro. Magari mi  basterebbe affidarmi alle proiezioni oniriche della mia prossima nottata, da passare magari  indenne da incubi, potendo dire "io lo so che questa notte sognerò... tu lo  sai: sogni d'oro stanotte farai", anche se spesso non può essere umanamente così. Non c'è una vera morale nel riassaporare uno spot, nel riviverlo, in quella che in maniera grossolana (grossolana assai!) potrebbe essere definita "operazione nostalgia". Niente affatto. O meglio: è molto di più. C'è molto di più. È un'operazione che circonda di nuova vita un ricordo, rendendola eterna e vicina.  Morale, quindi? No. Non credo ve ne sia una, in verità. "Nell'aria stasera si respira più amore. E la vita è più vita... tutti insieme, così..." Esatto, sì. Se voglio una morale non sbaglio mai perché "è sempre quella: fai merenda con Girella!".




 

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