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Eco. Stupore. Ricordo. Musica. Melodia.
Subito arrivano insieme e ti collocano indietro, parecchio indietro. Le
parole condensate in uno slogan, che spesso racchiudeva e continuerà a
narrare e a impreziosire tante (innocenti) bugie, quasi fossero spot
elettorali. "Spot", già. Che parola... Parola di cui l'abuso di shopping
compete. Più disincanto, però, dentro uno spot pubblicitario, rispetto a
quello, per esempio, di tipo elettorale. Quell'insieme scomposto e
asimmetrico di slogan che si è fatto parte di un popolo, il nostro
popolo.
Esempi, controesempi, slanci di ilarità? E sia. "Morbido, è nuovo?", "Più
lo mandi giù e più ti tira su", "Eh no, due gusti, due baci", "Cena alle
otto! Inizia la sfida fra risotto e risotto!". Nel patrimonio genetico
collettivo dell'italiana gente, queste frasi (spesso bilanciate da tappeti
di liete note musicali) hanno potuto divenire chiave di lettura per l'era
principe del consumo, quegli infingardi anni Ottanta che in molti, oggi,
cercano di riscoprire attraverso revival di vario genere, musica di vario
genere, personaggi di vario genere. Era il tempo della "Milano da vivere,
da sognare, da godere...", la Milano da bere, insomma. È e resta
variopinto il modo in cui si può riscoprire quel periodo. L'intenzione
assorta di queste parole è di farla col sorriso, questa riscoperta
mordace, richiamando alla memoria le immagini che ebbero a descriverla,
corredate dalla giusta musica che abbiamo fatto nostra degli spot più
longevi ed efficaci. Efficaci come quello, ad esempio, della Barilla, dove
la bambina che riportava a casa il gattino trovato per la strada colma di
pioggia dava slancio al tiepido parlare della voce narrante, la quale
rincuorava il telespettatore con il celeberrimo "Dove c'è Barilla c'è
casa...". Funzionava eccome, quell'abbrivio, anche perché la melodia di
sottofondo ha fatto da immaginario di tranquillità emotiva e domestica
per più di una generazione di persone. Non solo Barilla, ovviamente:
"Nell'aria stasera / si respira più amore...", quasi fosse un nevralgico
presagio al ritorno a casa del marito...
Un sacco di letteratura (anche ironica e/o tragicomica) è stata prodotta
circa le pubblicità e i suoi ironici e/o tragicomici spot; quelle protesi
televisive (talvolta radiofoniche) che in molti ricordano con lieta
nostalgia e disincanto nevralgico.
Un'era di passaggio, anche se è stata importante soprattutto per quei
bambini cosiddetti teledipendenti di quegli anni, rimasti ancorati alle
sicurezze dei regali di Natale dove ognuno poteva sperare di esclamare,
il 24 Dicembre: "Che regalo fantastico! Il Galeone Playmobil! Dammi una
mano, papà!". Quella stessa orda disordinata (inquieta allora e inquieta
anche oggi, come ci racconta Muccino nei suoi film) di bambini
(cosiddetti) teledipendenti che oggi si aggira sui trenta inseguendo
spesso, almeno col pensiero, la sua infanzia.
Un servizio giornaliero, quotidiano e immediato che non accettava
ordinazioni, giacché era preordinato e fatto apposta per noi fruitori di
piccolo o grande consumo. Eppure mai (o quasi) antipatici quei filmati;
tuttora m'accorgo che non mi si schiodano dalla testa i ritmi dello spot
della Brancamenta o del Cynar, la marcetta creata ad arte per l'Orzobimbo
o le scorribande del Piccolo Mugnaio Bianco per conquistare la dolce
Clementina, con tutte quelle merendine preparate di volta in volta dal
buffo ometto in vista di quell'amore impossibile. E ancora: il tonno "così
tenero che si taglia con un grissino", "Raid li ammazza stecchiti!", la
Fiesta che "ti tenta tre volte tanto perché è buona, buona, buona!",
l'Ariel che fredda lo sporco e accarezza i colori" fino al Dash che "più
bianco non si può"...
Quegli spot sanno tanto di noi, dei costumi italici, di come (anche) siamo
cambiati. Oggi, a fare la pubblicità, troviamo registi di fama nemmeno
nazionale, ma addirittura internazionale, mondiale, spaziale,
cosmica! "Houston, abbiamo un problema...". Prima no, affatto, non era
così... E forse la potenza immutabile (beninteso: nel tempo) di certi
spot è dovuta proprio a certa semplicità genuina che si contraeva a
perfetta sintesi con l'atto creativo e melodico, in un insieme adatto e
accattivante.
La pubblicità ti coglie passivo, arriva e te la becchi, non la elimini
facilmente come si può fare con un altro programma televisivo, proprio
perché è nella sua struttura l'essere assorbita in tal modo dal
telespettatore, placido ammiratore di una chiave audiovisiva che ne
testimonierà ricordo anche a distanza di tempo. Ci dicono un po', in
fondo, anche chi siamo, certi antichi spot. Ci dicono chi siamo stati,
chi eravamo. Anche se "noi siamo scienza, non fantascienza", è utile e
delizioso, talvolta, affidarsi alla memoria, che non sempre può farsi
carico di un "colore sempre vivo", ma che ha contorni spesso indefiniti,
sfuocati, dove il ricordo diventa fioco, per dirla come Guccini. Chi
siamo, chi siamo stati stati, chi eravamo, già, domandandoci poco o
volendo saper poco sul futuro. Io stesso ammetto di saper davvero poco del
mio futuro. Magari mi basterebbe affidarmi alle proiezioni oniriche della
mia prossima nottata, da passare magari indenne da incubi, potendo dire
"io lo so che questa notte sognerò... tu lo sai: sogni d'oro stanotte
farai", anche se spesso non può essere umanamente così. Non c'è una vera
morale nel riassaporare uno spot, nel riviverlo, in quella che in maniera
grossolana (grossolana assai!) potrebbe essere definita
"operazione nostalgia". Niente affatto. O meglio: è molto di più. C'è
molto di più. È un'operazione che circonda di nuova vita un ricordo,
rendendola eterna e vicina. Morale, quindi? No. Non credo ve ne sia una,
in verità. "Nell'aria stasera si respira più amore. E la vita è più
vita... tutti insieme, così..." Esatto, sì. Se voglio una morale non
sbaglio mai perché "è sempre quella: fai merenda con Girella!".
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